Monticelli & Pagone


“Per i nostri lavori la presenza sensoriale di chi guarda conta molto, se non riusciamo in questo intento abbiamo fallito.” (Monticelli & Pagone)


Alessandro Monticelli (Sulmona (aq), 1973) e Claudio Pagone (Sulmona, 1976), vivono e lavorano a Sulmona e a Bologna.


“Alessandro Monticelli e Claudio Pagone lavorano insieme dal 1999 e non tardano a rivelarsi come autentico movimento artistico di rottura. La loro sfida consiste essenzialmente nel forzare i confini concettuali e fisici dell’arte contemporanea, proponendo nuovi argomenti attraverso forme di comunicazione lontane da modelli preconcetti e affrancabili dagli spazi istituzionali. Dopo numerose e importanti mostre di successo in Italia e all’estero, tra cui quella alla Saatchi Foundation con sculture di matrice post-industriale, hanno raggiunto una diffusa notorietà grazie a opere di denuncia sociale, come La Venere dell’immondizia e 500 multe a regola d’arte. La coerenza dei significati e la riconoscibilità della cifra stilistica non impediscono al lavoro del duo abruzzese di schivare ogni rigida classificazione: le tematiche scelte e le tecniche impiegate sono disuguali, non prevedibili e spesso intersecate fra loro. Con l’opera Lezione di anatomia, presentata nel 2008 all’Aquila, la riflessione sul corpo-immagine prende forma in un’installazione site specific connessa a un’azione performativa. In seguito, Rorschach re evolution sviluppa quello stesso disegno nell’invito a riscoprire gli aspetti soggettivi della corporeità, perlopiù trascurati dalla scienza medica. Tele di grandi dimensioni stampate a plotter e sovradipinte con macchie nere in simmetria, ambiscono a captare e assorbire l’attenzione degli spettatori convogliandone i pensieri in una sorta di tacita terapia di gruppo. Le pose anticlassiche e le identità negate dei soggetti esibiti stanno in ironica antitesi con la compiutezza formale dei corpi: l’intelletto mortificato a vantaggio della fisicità sembra trovare un’insospettabile e del tutto singolare occasione di rivalsa.” (Carlo Gallerati)


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